Crescere figli

Crescere dei figli è svegliarli la mattina nel migliore dei modi, farli preparare e poi portarli a scuola, anche quando stai male come un cane e vorresti girarti dall’altra parte. 

È alzarsi ogni mattina alle 6 per dare una piccola pillola salvavita.

È ricordare loro la merenda e cercare di ricordare in ufficio se l’hanno poi presa quella merenda oppure no.

È firmare avvisi di scuola di corsa, sulla porta di casa quando si è già in ritardo.

È seguirli nell’organizzazione della loro giornata anche se non sei lì con loro.

È rispondere ai messaggi di chi ti contatta per una festa di compleanno o un pigiama party, in tempo e non dopo la data dell’evento.

È ricordarsi la quota da versare per la mensa e correre quando arriva il richiamo perché te ne sei dimenticata.

È insegnare loro a buttare la roba sporca nel cestone e svuotare i borsoni di calcio quando rientrano dall’allenamento.

È inventarsi ogni santa sera la cena e ricordarsi di fare la spesa per poterla preparare quella cena.

È ascoltare i problemi che il nuovo arrivato in classe crea e spiegare che la sua prepotenza è causata da problemi grandi che richiedono comprensione e pazienza, perché non sempre è facile scendere a patti con quello che si ha dentro.

È convincerli a mangiare la frutta ogni sera anche se l’hanno mangiata a pranzo.

È ascoltarli mentre vogliono ripetere la lezione o ti fanno domande sui Fenici o sulla moda aritmetica, mentre tu vorresti solo crollare a letto e dimenticarti del mondo.

È far capire loro che siamo insieme in un qualcosa di unico e buttare la spazzatura a turno non è un aiutare ma semplicemente il fare la propria parte, anche se piove o fa freddo.

È passare lo scovolino nell’apparecchio dei denti per essere sicuri che sia davvero pulito, ricordare la crema per la dermatite a uno e lo spruzzino per l’allergia all’altro.

È stare sveglia di notte quando l’otite arriva senza preavviso o l’osso che si sta rinsaldando fa male.

Crescere figli non è solo questo, è molto altro. Ma sicuramente non è solo portarli alla partita di pallavolo, alla gara in bici, al campo da calcio.

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Io mica ce la faccio

No, ma davvero, ma voi come fate a fare tutto? Sì, so che qualcuna ci ha già pensato, ha scritto un libro divertentissimo da cui hanno poi tratto un film e bom, ha fatto bingo – un libro nel quale mi ritrovo in ogni pagina, ovviamente.

Questa sera al rientro dall’ufficio ho percorso la rotonda della palestra tre volte prima di trovarmi in lacrime come un’isterica perché mi sentivo in colpa ma proprio proprio non avrei retto e dovevo andarmene a casa.

Quindi? Voi ce la fate? Dico a non arrivare in ritardo cronicamente al lavoro perché accompagnate vostro figlio a scuola? A fare di corsa la sera perché dovete recuperare il ritardo della mattina e poi c’è il passaggio a livello e dovreste arrivare per riuscire a combinare ancora qualcosa? Che poi c’è il pacco in giacenza da ritirare in posta, la mensa da andare a pagare e, porca miseria, si è anche scollata la tomaia delle scarpe del secondogenito e devi andare a cambiare i jeans dell’altro prima che scadano i termini per farlo. Ah, c’è da ricordarsi che domattina all’alba ci sono le vaccinazioni antinfluenzali da fare, le giustificazioni per entrata posticipata ma prima devi chiamare scuola per dire che il figlio che fa tempo pieno in realtà arriva, che lo contino per la mensa.  E la cena. Avevo programmato altro, ma mi sono accorta che mancano metà degli ingredienti e che non saranno neppure nella spesa che ti consegneranno stasera, perché hai pensato ai gatti, alle merende, ai detersivi, ma non a quei cazzo di ingredienti e vabbe’, preparerai altro. E mentre ascolti ripetere come erano suddivise le prime società antiche e dài retta a quello più grande che è in paranoia per il lapbook di Italiano in consegna e la ricerca di geografia, hai ancora da scendere a buttare la spazzatura e devi svuotare la lavatrice, mentre ti viene in mente che devi ricordarti di interpolare quattro agende per poter prendere appuntamento dalla parrucchiera per la tinta mensile, che manco per andare dalla ginecologa è così complicato. Stirare non stiri più da tempo, ottimizzi, “stendi bene” e quello che rimane stropicciato pazienza; la lavastoviglie, in compenso, è diventata la tua migliore amica, passi più tempo con lei che con quelle due fuori di testa con cui scappi una volta all’anno. Hai anche iniziato a confidarti con l’elettrodomestico e non è raro ritrovarti seduta di fronte allo sportello aperto e uno straccio in mano ad asciugare un po’ i bicchieri e un po’ il moccio al naso, ché piangere piangi come una fontana ad ogni occasione buona.

Quindi, voi ce la fate a fare tutto? Quelli che fanno bene il proprio lavoro, il genitore presente e attento, l’amante passionale – che è la parte oggettivamente più bella, sì, e muti tutti. Vi tenete in forma, coltivate le vostre passioni, riuscite a scrivere quel libro appeso da anni e avete iniziato di nuovo con la chitarra perché vi piacerebbe un mondo riprovarci? Ma soprattutto avete il modo di fare volontariato, dedicare ore a riunioni, eventi, manifestazioni che stanno a cuore perché dall’altra parte ci sono esseri umani che hanno bisogno di una mano? Che quando mi trovo in questo stato – e succede ciclicamente, sto solo cercando di capire se è quando la luna è calante in sindrome post mestruale o quando c’è allineamento tra luna e Venere all’alba o se è dovuto ad altre combinazioni fuori dal mio controllo -, dicevo, quando mi trovo in questo stato mi vengono in mente quei genî che “volere è potere” e mi girano vorticosamente le palle. Perché “volere è potere” se hai un perimetro che ti permette di potere, oltreché di volere. Se no ciccia. 

Insomma, ci sono serate che davvero mi sembra di fare male tutto, di non arrivare a nulla di sensato, di girare attorno alla stessa rotonda, per dire.

Finché non arriva il messaggio di tuo figlio più grande “BUONA PALESTRA!!!!!”, fissi lo schermo per un paio di minuti, apri una Vespolina e continui con il fissare l’acqua della pasta che bolle. Stasera pesto.

Ottobre e la pianta

Ogni volta che sono nei paraggi di quell’ospedale, che ne sento la presenza, vengo di nuovo annientata da quella stanchezza, dalla sua potenza viscosa che non si stacca. Una stanchezza difficilmente raccontabile, profonda e buia.

Ma solo oggi sono riuscita a visualizzarla, davanti al Sant’Anna. Ho visto quel groviglio ostinato di sensazioni, che riescono ancora a piegarmi, diventare concreto all’improvviso.

In quei mesi, dentro di me è cresciuta una pianta, ha trovato spazio nella mia gola, nella bocca, ha fatto crescere i suoi rami tra i miei denti, soffocandomi per lunghi tempi. Quello che è poi accaduto l’ha strappata via, liberandomi il respiro, è vero, ma ha strappato solo il fusto, le radici sono rimaste, non sono avvizzite. Quelle radici che come una fitta maglia avevano intanto avvolto ogni organo – i polmoni, il cuore, il pancreas, lo stomaco – non sono mai seccate del tutto, hanno semplicemente lasciato la presa. E così accade che ogni volta che mi avvicino a quel colosso rosa, ricevono impulsi vitali e tornano a farsi sentire, a stringere inaspettatamente, vive di nuovo.

E ho capito che l’unica cosa che potrò fare sarà lottare perché la pianta non ricresca provando a soffocarmi ancora, ma non dovrò più tentare di estirparle quelle radici, perché sono sottili e profondissime e sono entrate nei tessuti, vivranno con me. Quando passerò un dito sulle cicatrici ruvide che lasciano quando stringono troppo, mi ricorderò che gli occhi dovranno brillare di più mentre guardano dall’alto delle montagne.

In autunno


Era estate e attendendone la fine si confidava in belle notizie. È autunno e le belle notizie non sono arrivate. Anzi, si sono travestite. Perché le notizie buone sono già lì, è questione di tempo. È questione di resistere integri nell’attesa che decidano di rivelarsi.

Christian è stato ricoverato.

Prima in reparto, poi in terapia intensiva. I suoi piccoli reni stanno cedendo, non rispondono più alle cure medicinali e le sue pressioni sono altissime. In queste condizioni non può essere sottoposto ad alcun trapianto, tanto meno entrare in lista.

Stanno facendo i salti mortali in quell’ospedale per arrivare a valori più stabili e poter rimuovere quei due fagiolini malati…

Mentre scrivo, Christian è peggiorato ulteriormente. Si stanno cercando confronti con specialisti a livello internazionale per poterne uscire.

Questo è l’autunno nel quale le belle notizie rimangono travestite da terribili incubi. Un autunno che mette alla prova tante persone, che le vede lottare ogni giorno senza tregua contro la malattia.

Quando pensate alla vostra di resilienza quotidiana, mandate un pensiero dolce a queste persone. Perché i miracoli accadono davvero, anche quando in un Dio non si crede. Rimangono incastrati nei rami del tempo, bisogna soffiarci sopra per smuoverli e farli volare.

A V. e S. – siamo con voi.

Ci vuole fegato anche per chi aspetta reni nuovi

cielo

Non cammina ancora, ma si regge in piedi. La dialisi ruba tutte le risorse energetiche e non lascia nulla a quelle gambette. Ecco perché avrebbe bisogno di sedute con un fisioterapista.

Non parla ancora perché non mangiando per bocca non ha mai allenato tutto l’apparato muscolo-scheletrico che porta al controllo del linguaggio. La dialisi gli ha rubato l’appetito e non gli ha permesso di scoprire gusti e consistenze diverse. Ecco perché avrebbe bisogno di sedute con un logopedista.

Eppure Christian è un bambino di sole, bellissimo musino, capelli biondi lucidi e forti, una risata di piccole campanelle.
Se non fosse per quel sondino fissato con un cerotto al nasino, che quando gratta lo fa sembrare un coniglietto, nessuno potrebbe intuire alcunché.

Due anni compiuti ed è nutrito con un tubicino fissato ad una macchina che spinge il latte giù fino nel suo pancino. La nutrizione enterale è lenta, richiede ore e molta tranquillità anche una volta terminata, per evitare rigurgiti importanti che potrebbero annullarne l’efficacia. Quindi finché “mangia” deve rimanere in casa e giocare ad un raggio di poche decine di centimetri dalla pompa.

Christian è vivacissimo, ha occhi luminosi e ti guarda incuriosito. E sta crescendo.
Alle 19:00 ogni singolo giorno, sabato e domeniche inclusi, che ci sia il sole o piova, che faccia freddo o che ci sia afa, si inizia con la dialisi. C’è un altro tubicino attaccato al biondino, un piccolo catetere inguinale che viene medicato nel punto di ingresso e che deve essere attaccato nella massima sterilità alla macchina del trattamento che durerà quanto? 12-13 ore? Tutta la notte, insomma.

Ricapitolando, Christian non può uscire di casa, non ha amichetti della sua età, è corredato di due tubicini, uno sopra e uno sotto, per sopravvivere, e, a dirla tutta, comincia a stufarsi dei limiti al gioco che gli vengono necessariamente imposti dagli eventi. Una sorta di isolamento forzoso. E con lui i suoi genitori.

Due anni. Dalla nascita. I reni li aveva e li ha ancora, ma non funzionano. Non funzionano proprio. Ma finalmente il prossimo luglio, tra un paio di settimane, verrà messo in lista per un trapianto. Una fine e un inizio. Si entrerà in quel limbo paradossale in cui non sai cosa provare. In cui non puoi, da genitore, sperare nella morte di un altro bambino. Eppure ne hai profondamente bisogno.

Ma intanto ci sono stati questi due anni e la vita attorno alla malattia, che continuerà anche dopo il trapianto. Perché, sapete, è normale che sia così, ma le persone non sanno e, in buona fede, vedono solo una parte del tutto: prima i reni che non funzionano e la dialisi; dopo i “be’, dài, il trapianto è riuscito! Il più è fatto”.

Ecco. Non è così.

Vorrei provare a raccontarvi io post dopo post, di quello che significa. Vorrei raccontarvi di lui, ma anche di V. e S.  Perché l’altro giorno, quando mi hanno accolta a casa loro con sorrisi enormi, ho sentito la loro determinazione, la stanchezza – che io ho riconosciuto come mia -, ma prima di ogni cosa la voglia di essere visti e ascoltati.
Li capisco, non cercano compatimento, ma comprensione.

La loro storia inizia due anni fa, ma noi li abbiamo conosciuti una domenica di giugno. E da qui inizierà il mio racconto.


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