Archivio mensile:novembre 2012

Coming out

comingoutLo incontravo lungo lo stesso tratto di strada. Io in auto, lui su quel marciapiede, stretto in un corpo irrigidito troppo presto, e non dall’età. Ogni mattina, più o meno alla stessa ora, con ogni meteo possibile, lui era lì, un minuscolo passo dopo l’altro, appoggiato al suo bastone o persino senza, nei giorni in cui si sentiva particolarmente coraggioso, le braccia abbandonate lungo i fianchi.

Capitava spesso che i nostri sguardi si incrociassero, io ferma al semaforo con la musica al massimo e lui là fuori a lottare con quel corpo duro.

Pareva mi riconoscesse. Il mio un breve gesto della mano, lui ricambiava fissandomi con quegli occhi luminosi che parevano volermi dire: ‘Guarda che sono vivo, non ti sembra da lì, ma io dentro ci sono. E voglio andare avanti‘. Occhi che parlavano.

Pochi metri, alla fin fine, in un’eternità di tempo.
Ma cosa lo spingeva a fare tanta fatica?

Poi sono passati loro, i Superhumans. Non li ho ammirati per una forma di compassione hobbesiana, non per i loro arti mancanti o deformati, neppure per la lotta quotidiana che presumo faticosa. No. Sono rimasta trafitta dalla loro perseveranza, dalla loro costanza, dal loro credere in se stessi. Non ci sono limiti alla volontà di riuscire.

Poi ho letto degli atleti trapiantati di fegato e dializzati della Prometeo AITF Onlus di Sardegna (tutto il loro genio in quel nome…) che continuano a gareggiare ad alti livelli. E, ripeto, il trapianto, soprattutto in un adulto, è tutto tranne che un’operazione seguita da convalescenza tout-court.

Mi chiedevo, ma chi glielo fa fare?

In un attimo mi sono ritrovata circondata da appassionati per la corsa, triatleti folli, maratoneti ispirati, madri non ancora stufe di correre dietro ai propri figli, runners con tabelle ferree, bloggers coinvolgenti, valori da condividere.

E un Socio che, un giorno sì e un giorno no, è per strada con le sue scarpette.
Ci sarà un motivo.

Volevo capirla tutta questa umanità, capire che gusto ci trovasse a fare tutta questa fatica gratuita (‘perché la corsa è diversa da ogni altra attività sportiva‘ mi dicevano).

Be’ non sono una che accetta quello che le viene detto senza tanto pensarci.
Volevo proprio capire.

E così il 29 agosto ho indossato le mie prime scarpe da running, maglietta e pantaloncini, musica nelle orecchie (‘perché correre con una playlist potente dà una marcia in più‘, così mi dicevano) e via. 3 km.

Bah. Perplessa. Sarà stato un caso.
Eppure, dopo tre giorni ero di nuovo a provare.
Un percorso totale di 6 km spezzato in tre segmenti, per avere anche dei riferimenti visivi della distribuzione di spazio e tempo. Ho provato ad aumentare la distanza percorsa inizialmente a passo più blando, a giocare con la velocità su lunghezze invariate.
Insomma, non ho più smesso, una o due uscite settimanali tra i 3 e i 5 km, niente di più.

E nonostante la corsa continui a non piacermi, ho avuto l’impressione di cominciare a capire…

L’idea di correre con la testa quando i polmoni imprecano e implorano di fermarti, tanto chissenefrega, e invece non molli fino all’obiettivo che avevi deciso di raggiungere.
L’ossigeno che ti spalanca la mente e ti porta a guardare ogni cosa da una prospettiva variata. A volte ti arriva l’idea che neppure stavi cercando.
La gratificazione. La pura e semplice gratificazione.

Insomma, chi l’avrebbe mai detto. Io corro.

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NEL CUORE

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Accanto ad ogni bambino malato ci sono due genitori malati di paura. Fantasmi del dolore che passano trasparenti da uno studio medico ad una stanza di ospedale, braccata dall’impotenza, devastata dalla sofferenza. Se “noi” bambini malati abbiamo paura, nello stomaco dei nostri genitori si aprono voragini di terrore puro.

E non bisogna piangere, non si può gridare, non si può scappare: vostro figlio è lì e voi dovete essere forti, millantando sicurezze e allegrie posticce, minimizzando, rassicurando e lottando!

Il genitore di un bambino malato è un malato di cui nessuno si accorge. In ospedale si muove come un corpo estraneo: è li impotente mentre il figlio viene sottoposto a ogni tipo di tortura (perchè questo pensate voi genitori: lo stanno torturando ed io non posso difenderlo). È per il suo bene, si sa, ma vedere il proprio figlio piangere e non poter far nulla, se non consolarlo dopo, è una tortura doppia.

Voi vi dite: non l’ho messo al mondo per questo, volevate per noi risate e giochi, non aghi e cateteri. Preghereste per essere voi e non vostro figlio, in un letto d’ospedale, pregate anche se non credete, fate baratti con Dio e con i santi “prendi me, non lui, fai ammalare me. Se lo guarisci ti giuro che..” A volte riuscite solo a dire “per favore”.

Mentre ci augurate di star bene, in qualche modo lo augurate anche a voi, perchè l’unico modo di guarire voi, malati del dolore, è quello di veder guarire noi. Ma noi dobbiamo tutta la forza e la voglia di combattere a voi! A voi che ci siete anche quando rispondiamo male perchè stanchi di essere in ospedale, a voi che vorreste che la notte non arrivasse mai per rimanere a farci compagnia, voi che non vi stancate mai e che piangete quando vi chiediamo perchè il nostro corpo non funziona, come se fosse vostra la colpa! Noi siamo degli eroi perchè abbiamo come genitori dei veri e propri EROI.

[Anita Petenò]

Non conosco l’autrice, la segnalazione dei suoi pensieri è stata fatta sulla pagina Facebook attorno alla quale si raccolgono i genitori AITF BIMBI, genitori che hanno affrontato il trapianto epatico di un loro figlio o che ancora stanno lottando.

È la lettura trasparente di ciò che accade nei cuori di chi prova a stare accanto al proprio figlio malato, indipendentemente dalla patologia. Credo, però, che il meccanismo sia inverso, che la forza derivi potente da loro, dai loro sorrisi, dalla loro incredibile resilienza. Si innescano sinergie che tengono in piedi, anche se barcollanti. Siamo noi genitori che ringraziamo i nostri figli del fatto che nonostante tutto non ci odiano, non ci allontanano, ma ci vogliono accanto.

Ecco, quel senso di colpa di cui parla Anita c’è, quello non ti dà scampo. Non è razionale, il più delle volte è un fuoco che cova sotto le ceneri del dolore. Tenti di convincerti che tu nulla avresti potuto, eppure… E se sei madre la responsabilità te la senti appiccicata addosso, come un cattivo odore che ti perseguita.

Poi tutto passa.

Insomma… Grazie Superbimbo per non aver mai smesso di guardarmi con quegli occhi pieni d’amore anche quando ho provato quell’ indicibile e vergognoso odio nei tuoi confronti.
E grazie Anita per avermi ricordato tanta intensità.

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