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Amare senza condizioni

img_2025If you love someone, set them free. È una citazione che conoscono tutti, nelle sue mille varianti. Mi sono sempre chiesta che cosa volesse dire davvero…

Forse non ha neppure un significato unico, forse si tratta semplicemente di una questione di scelta. Che di semplice non ha nulla però.

Lasciali liberi. Di essere quello che desiderano essere, di andare dove sentono di stare meglio, di provare ad allontanarsi, di rimanere. Lasciali liberi di amare chi desiderano e come lo desiderano.

L’amore, in qualunque relazione ci si trovi, può non essere unico. Si può amare in modi diversi, con intensità diverse, con comportamenti diversi, ma non per questo ogni singola forma di amore varrebbe meno. Ne ho avuto conferma dopo esser diventata mamma due volte. Amo i mie figli in modo molto diverso, eppure nessuna delle due forme prevale sull’altra, così come provo a non confondere l’amore per loro con possesso e controllo.

Ed è lì che viene la parte più difficile, quella che è così bella da teorizzare, quella che condividi ideologicamente, ma che poi quando devi vivere ti fa inciampare e non sai neppure in che cosa esattamente: la parte della Storia in cui apri la porta e lasci andare, quell’esatto momento in cui capisci che quello che vuoi per te non necessariamente coincide con quello che vuoi per chi ami. Perché una scelta che vorresti potesse essere inclusiva, non è detto che lo sia. Lì sembra formarsi una spaccatura. C’è chi la ignora, chi la rende ancora più profonda, chi la maledice. Forse basterebbe guadarla ammirati come si guarda un canyon: uno spazio meraviglioso che può contenere un fascino immenso dove poter guardare l’altro correre e respirare, magari cadere, perdersi e fermarsi, incontrare altre persone.

Amare significa lasciare che l’altro si senta così profondamente se stesso da non mentire, da non nascondere, da non dover omettere quello che vive e prova. Amare è avere coraggio di affrontare le proprie paure, perché in fondo è di questo che stiamo parlando. Quello che trasforma l’amore in possesso sono tante nostre paure: rimanere soli, valere meno e rimanere alla porta e, prima ancora, la paura di non sapere stare con se stessi e di doverci fare i conti. Perché, diciamoci la verità, è sempre così comodo appoggiarci ad altri e dare loro la colpa della nostra infelicità, quando c’è.

Ma amare senza condizioni non è per un cazzo facile. E a volte ti ritrovi una domenica pomeriggio a scrivere con la finestra aperta e il piano che suona…

Estate

IMG_1561Per tante persone l’estate è sinonimo di vacanza, di stacco, di famiglia in villeggiatura – che buono il gusto un po’ rétro di questa parola, eh?

Non per tutti però è così.

C’è chi l’estate l’accoglie tremando vagamente, chi la teme come un tempo di prova, di incertezza.
Ci sono i ricordi brutti, di perdita e dolore, fatica immensa e lacrime.
Di sospeso terribile, di vuoto e ingiustizia.

A quelli, a volte, si sommano poi i passi dentro una vita nuova. Spesso la si è scelta, è vero, ma non per questo è più facile camminarci. Una vita nuova porta su strade sconosciute, sulle quali si deve imparare a procedere da soli, richiede un riassestamento, significa affrontare le proprie paure, i propri limiti, dal cambiare una lampadina senza aiuto al guardarsi allo specchio e chiedersi se si è felici.

Significa potersi trovare a riempire vuoti improvvisi in momenti sbagliati, organizzare un viaggio senza avere nessuno accanto, riempire serate che diventano improvvisamente spaziose come lande a ridosso di fiordi ripidi.

L’estate può diventare per tanti vuoto che si riempi di panico. Nuovi equilibri che sembravano facili da maneggiare, a tratti diventano pesanti come valigie pronte, ma che rimarranno lì sulla porta.

Sospesi i ritmi della vita quotidiana si fanno i conti con se stessi, ci si guarda dentro, si cerca di capire fin dove si riesce a fare, a reggere. Fin dove lo stare bene con se stessi sia reale o costruito. Si impara, si cresce, ce la si fa, se lo si vuole. Oppure si cede, ci si lascia scivolare dentro giorni lunghi, privi di senso. Le persone che si amano lontane, quando le vorresti con te.

L’estate non è per tutti sempre allegria.

Eppure per tutti esiste la possibilità. La possibilità che torni ad esserlo, a diventarlo. Perché la vita in qualche modo la puoi scegliere. Puoi scegliere come prenderla, come vivere quello che ti piomba addosso. Perché oggi, quando attraversavo i miei ultimi 8 anni e le centinaia di foto, in tutte, ma proprio in tutte, Superbimbo sorrideva o persino rideva. In tutte le sue foto. Prima, durante e dopo. In ospedale e fuori, al mare, in montagna, di nuovo in ospedale. E suo fratello ha imparato a farlo. Mentre ho guardato la mia faccia e quasi non mi sono riconosciuta… dov’ero?

Quindi, l’estate è qua e io ho già iniziato a piangere. Ma non sarà così per sempre.

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IMG_6053Il calcio nel culo ti è arrivato, finalmente, quando stavi per sederti di nuovo, aggrovigliandoti su te stessa, quando eri lì lì per compiacerti del tuo stato al limite della depressione, da buona vittimista. Ché, si sa, il destino ce l’ha solo con te, povera stellina caduta sulla terra.

Di nuovo la morte improvvisa e a portata di mano, quella che ti risparmia chi ti sta accanto, ma sufficientemente vicina per scuoterti nelle fondamenta. Una morte impietosa che fatichi ad accettare perché non è possibile che ancora non si sappia come fare, che non ci siano soluzioni. E allora bisognerebbe lanciare start-up nella ricerca e nella medicina, piuttosto che nella realizzazione di cassette di verdura da vendere online a radical chic di città.

Quasi in contemporanea, scopri che un bimbo nuovo è dentro, tra le mani di medici stregoni, di alchimisti della vita, in una sala operatoria dove la concentrazione vibra all’unisono, un bimbo del quale non conosci assolutamente nulla se non il nome e quel suo ciuccio gigante dietro al quale si aprono due occhi di una dolcezza infinita. Non sai nulla della sua storia, né dei suoi genitori; leggi tanto affetto attorno, vedi incitazioni, abbracci virtuali, messaggi di sostegno, comprensione e coraggio. E pensi che li avresti voluti anche tu, a quanto sono importanti, a quanto ti tengono ancorata alla terra in un momento in cui sei a mezz’aria, senza direzione, senza respiro. In un momento in cui non sai se piangere a dirotto o sorridere sussurrandoti ‘è quasi fatta’, ma decidi di sospendere ogni decisione perché non sai da che parte la vita ti stia portando.

E così, una morte e una vita nuova. Quel ciclo prepotente che torna a schiaffeggiarti, a dirti che è ora che tu ti dia una mossa, sì, proprio tu che ti eri posta degli obbiettivi, che volevi fare e che ti sei persa, ancora una volta, per strada. Perché quella morte e quella vita sono interlacciate, hanno mosso due onde che si rincorrono nella rete e fuori, dentro i cuori di chi le dita le agita sulla tastiera per esserci. Decine di persone. Nella vita reale.

L’obbiettivo era uno e forte, era quello di raccontare che donare è un gesto imprescindibile. E mi dispiace per chi ha remore, paure, timori infondati, a chi si ferma per questioni religiose o tabù personali. Perché se quel bambino ora è là, a qualcuno lo deve. E sarà un regalo che durerà per tutta la vita.

Ecco perché sono tristemente contenta che oggi, proprio nel giorno in cui mio padre avrebbe compiuto gli anni, mi sia arrivato questo calcio nel culo deciso e ben assestato.

[A M. un pensiero buono che lo raggiunga dove ora si trova, a S. un bacio delicato, tutto andrà bene…]

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Does it make sense?

IMG_1283Il punto è che non serve cercarne il senso. Mi riferisco alla vita. L’errore è questo.

Non capiamo, ci scervelliamo, soffriamo, ci estraniamo senza motivo, scoppiamo in lacrime. Ma la vita un senso non ce l’ha alla fine, perché dovrebbe averlo? È da vivere e basta. È da godere, perché è anche ora di finirla con la cultura del sacrificio calvinista. Consapevolezza e attenzione, questo sì. Ma perché così spesso felicità e leggerezza vengono confuse con superficialità e avventatezza? È un errore.

 

Che sia una giornata di vento, un pomeriggio al parco, una merenda con gli amici, una sigaretta guardando la luna, un bicchiere di vino sulla riva di un lago; che sia lavare i piatti, bagnare i fiori o sgridare i bambini che esagerano in cortile; che sia aprire un libro nuovo, sfogliare foto, scrivere un messaggio; che sia progettare un viaggio, sognare una vacanza, sperare che l’amore torni per rimanere, almeno per un po’; che sia raccogliere fiori in un campo, fissare un gatto nel sole, uscire in bicicletta; che sia ogni singolo momento di libertà del corpo, ecco questo è vivere. Perché problemi e difficoltà si susseguono senza tregua, disavventure e paure, dolore, ci sono, sono inevitabili. E allora perché sprecare quella leggerezza che disegna occhi luminosi così profondi da perdere l’orientamento?

Questo voglio insegnarvi, bambini miei: il coraggio di non sprecare alcuna delle singole minuscole e preziose occasioni di felicità. E lasciate perdere il senso della vita, a che servirebbe poi? Vivete e basta.
Una brillante genialata, eh? Arrivo dopo un’infinità di scrittori, filosofi, cantautori. ‘Na banalità, vero, peraltro alquanto stucchevole. Ma quando lo senti dentro limpidamente avresti voglia di squarciare il velo dagli occhi di tutti.
E dire che voi bambini mi fissate e mi rispondete: “Come altro si potrebbe fare, scusa, mamma?”. Già.
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I miei 7 buoni propositi

Noi tre 2014Sì, io sono una di quelle persone che non riescono ad iniziare l’anno nuovo senza formulare buoni propositi o senza avere l’agenda intonsa. Be’, sto cambiando e l’agenda nuova ancora non ce l’ho. Ma con i buoni propositi sono arrivata in tempo.

Primo buon proposito per il 2014:
raccogliere e sistemare razionalmente tutte le coppie di login/pswd sparse tra portachiavi, appunti e pizzini. Ohhh là.
Secondo buon proposito per il 2014:
imparare a preparare la pasta fresca in casa.
Terzo buon proposito per il 2014:
portare a buon punto il Progetto Segreto.
Quarto buon proposito per il 2014:
correre, correre, correre.
Quinto buon proposito per il 2014:
arrivare stragnocca all’appuntamento dei miei primi 40 anni!
Sesto buon proposito per il 2014:
ridere più che potrò. O almeno sorridere. Che è già qualcosa.
Settimo buon proposito per il 2014 (e ultimo, perché il 7 è perfezione):
vivere l’oggi, senza che passato e futuro intralcino più.
È arrivato il tempo di ascoltare l’eco che arriva dalla pancia, perché come cantano loro:
Reflecting endless light
Relentlessly
I have embraced the flame
Forever and ever
E indietro non torno.