Archivio mensile:marzo 2013

Sei

TIeri ha compiuto sei anni. Sei anni.
Lo guardavo mentre ancora dormiva e mi pareva piccolo. Ma non lo è. Il Principe del Piemonte non lo è mai stato.
Pensiero veloce, caparbietà, carattere difficile, umorale. E incredibilmente, profondamente consapevole.

Ho tanti ricordi di lui, lui che possiede il mio stomaco. Quando preso da crisi isteriche picchiava la testa sul pavimento. Quando dava fuori di matto se non trovava più uno dei suoi millimetrici animaletti di plastica (come non ricordare: ‘La mia otaria!!’ una mattina di follia?). I suoi capricci eterni. Le sue urla puntuali alle 3 di notte, invariabilmente. I suoi risvegli drammatici. Ma soprattutto un’immagine. Quella della sera della Chiamata.

Toccava a me tornare a casa. Avevamo appena varcato la soglia, io e lui, quando ricevo una chiamata dall’ospedale. Ero a pezzi, dopo tante settimane di dolore, mancanza di sonno, fatica. “È arrivato. Torna subito, gli fanno le analisi preintervento. È arrivato il fegato…” e la voce rotta del mio compagno. Parevo in trance, ho ripetuto ogni singola parola ad alta voce. E il Principe ha sospeso immediatamente il capriccio in corso. Metto giù. Lo vedo che mi fissa. Rimango immobile istanti che sembrano un’eternità. Ingessata in uno momento fuori da ogni tempo. Vorrei chiudere gli occhi e dormire. Invece, da lì a pochi minuti, avrei ripreso la strada appena fatta, un’ora e mezza nella notte.

Il silenzio lo rompe lui: “Mamma è arrivato il fegato per Superbimbo? Devi tornare in ospedale?”. Dentro di me temo la sua reazione emotiva, non  avrei la forza di gestirla, la Bestia Nera potrebbe riaffacciarsi. “Sì, Principe… Devo tornare in ospedale…”.
“Va bene, andiamo! Io dormo dalla nonna!”.
Mia madre invano tenta di trattenersi. E ancora una volta è lui che parla: “Nonna, nonna! Rimango qui anche stanotte! È arrivato il fegato!”.

Era il 13 ottobre 2009, lui aveva 2 anni e mezzo.
Sconvolta. Mio figlio quella sera mi ha sconvolto.

Lui è così. Spiazzante, imprevedibile, attento ad ogni variazione di tono, di sguardo. Adulto, a volte persino troppo. Percettivo. La sera gli leggo stralci di libri per grandi, vorrei lasciargli dentro echi lunghi, vorrei passargli il valore che ha la vita, vorrei che ricordasse il suo stesso valore. Lui non fa tante domande, ma quelle che pone sono sfidanti.

Ora, a sei anni, è il bambino più luminoso che io conosca.
E io mi sono trovata seduta sul suo letto a fissarlo tra le lacrime calde di un’amore che non è spiegabile.

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