Archivio mensile:giugno 2012

Tu puoi dare la vita

Campagna di Pubblicità Progresso a sostegno della donazione di organi.

Un team eccezionale di creativi (oltre 40 persone, coordinate da Alberto Contri, presidente della Fondazione Pubblicità Progresso) è stato coinvolto per questo bellissimo progetto vòlto a coinvolgere e sensibilizzare: non lasciate che la vita finisca sotto terra, pensate alla donazione. Ciò che a voi non servirà più, sarà prezioso per altri.

Di primo acchito lo spot può sembrare fin zuccheroso, al limite del melenso.

Questo, forse, agli occhi di chi il brivido del ricevere non l’ha mai neppure immaginato.
Superbimbo è vivo perché altri due genitori hanno deciso di non fermare la vita: una figlia se ne andava, ma un altro bambino sarebbe potuto rimanere. Senza questo semplicissimo Sì, tanti Superbimbi e tanti adulti non sarebbero con noi.

Alcuni trapianti sono salvavita. Altri ne migliorano lo standard (e, a mio personalissimo parere, anche vivere bene ha una valenza ‘salvavita’).

Spendete qualche minuto. Guardatevi lo spot. C’è chi avràreazioni poco positive, c’è chi sentirà della sfiga strisciante, qualcuno di voi si toccherà, altri eviteranno di arrivare alla fine. 

Allora rilancio: chi di voi ha suggerimenti, ha idee e proposte su come veicolare un messaggio tanto delicato, sono certa che AIDO e Pubblicità Progresso, così come tutte le associazioni di trapiantati, saranno ben felici di accoglierle e valutarle per la prossima campagna.

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I miei figli

  • Il Principe del Piemonte – h. 7.00.

Lui.:”Mamma scriviamo?”
Io:”Certo. Quale parola ti detto?”
Lui.:”Abbiamo fatto la pipì nel letto perché la mamma si è dimenticata dei nostri pannolini e abbiamo fatto un disastro”.

Il suo primo tema. Da piccolo figlio di buona donna, peraltro.

  • Superbimbo – h. 19.00 

“Mio flatello mi fa allabbiale tatto, come alla mamma. Mi fa allabbiale come una BESTIA!”.
Il mio ruolo materno è chiaro.

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Geolocalizzazione (emotiva)

‘Superbimbo, va bene giocare con l’acqua, però ora chiudi il rubinetto, è importante non sprecarla.’

‘NNOOOOOOOOO, pecchè? Vòjo gioca[r]e’.

‘Sai che ci sono bimbi che non hanno neppure l’acqua da bere? Figuriamoci poi per lavarsi o giocare’.

‘Quali bimbi?’.

‘In tanti posti del mondo, ma soprattutto in Africa’.

‘(……………) Mamma! Io gioco, va bene? Io non sono in Lanaf[r]ica, sono qui, mi vedi??!’.

Eh.

Già.

[Annotazione: devo trovare una selling story più incisiva, figlio scaltro]

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I SOCIAL SONO BUONI?

I social media non sono mezzo, bensì un nuovo insostituibile modo di comunicare, tout court.

Annullano distanze, avvicinano esperienze, permettono contatti altrimenti impensabili perché fisicamente inficiati. Con i social condividi, distribuisci, informi. Sono, volendo, creatività allo stato puro e, appunto, socialità estrema.

Come avrei potuto conoscere il runner sardo se non partecipando ad un comune evento sportivo (peccato che io non corra)? Come sarei incappata nella filosofa di Catania (dato che non frequento usualmente la città, né i filosofi)? O la giornalista di Milano (dove è persino difficile che ricambino un sorriso per strada)? E poi il riallacciare, il nurturing, il mantenere vive relazioni anche più vicine in termini di spazio, ma non di disponibilità di tempo.

Non la modalità di comunicazione è da denigrare, ma, eventualmente, la persona che ne fa cattivo uso. Perché i social possono anche salvare.

Sto esagerando? Può essere, però nel mio personalissimo caso, così è stato. Nel periodo in cui eravamo in quella sorta di isolamento più o meno forzoso del post-trapianto, rappresentavano la mia via di fuga verso un mondo esterno per me temporanamente non raggiungibile, la mia mezz’ora d’aria per la mente, letteralmente. Per mesi non abbiamo potuto ricevere amici, né riuscivamo ad uscire di casa, se non per brevissimi momenti; dovendo lui assumere medicinali con frequenza oraria era impensabile. Era piccolo, fragile, noi sconvolti dalla stanchezza. Ebbene, sapere di poter scambiare una battuta, un’immagine, un pensiero con qualcuno là fuori, mi ha tenuta in equilibrio. Una sorta di psicoterapia da quattro soldi, già, ma ha funzionato. Mi ha tenuta ancorata a terra in un momento in cui temevo di poter perdere la ragione. Scrivere sul blog allora è stato un metodo vincente nel prendere distanza dal dolore, oggettivizzarlo e contenerlo in pagine immobili.

Dei social non sono più riuscita a farne a meno.
Finché recentemente ho scoperto il fundraising 2.0 e la passione ha assunto toni ancora più intensi.
La potenza di Twitter, l’istituzionalità di Facebook (sì, perché FB ha per me il sapore di una bacheca sempre disponibile, la stessa sensazione che mi dà un sito indipendentemente da obiettivi e user experience: è lì a quell’indirizzo, raggiungibile sempre), il dinamismo  suggestivo dei social per immagini, sono un meccanismo integrato che lancia il messaggio come una fionda e lo amplifica in tempi ridicoli, e nessun altro mezzo di comunicazione ha la stessa efficacia. Pensare di utilizzarlo per costruire progetti di sensibilizzazione sociale e raccolta fondi contestuale è entusiasmante. Perché farebbe del bene agli altri.

Profit e non-profit a fondersi nel digitale dove anche privato e professionale non hanno più limiti definiti: una visione olistica dell’individuo, che comunque, per fortuna, continua ad essere ironico e ad amare birra, pane e salame…

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