Quattro

Superbimbo4

Oggi 04.04 compie 4 anni.
4 ANNI! E sta bene, benissimo. In forma smagliante, con il suo vago sigmatismo da ciuccio, i suoi occhi giganti e luminosi, sta prendendo le misure con il mondo. Testardo da far paura, le poche volte che si infiamma si lancia in scenate apocalittiche con urla ultrasoniche e graffi autoinferti. Un pasticcino, insomma.

E lui è il risultato di una donazione di organi e di un trapianto perfettamente riuscito, come tantissimi altri. Lui è il senso di molto, è stato l’inizio di progetti e visioni. Lui è il mio Superbimbo.  

 

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La scintilla

IMG_5569Avevo un padre con la scintilla dentro.

Ma ha lasciato che si spegnesse. L’ha ignorata, chissà se volutamente. O più probabilmente ha tentato di ignorarla. Perché se la scintilla si fosse spenta realmente, non avrebbe sofferto così palesemente dentro la sua corazza indurita.

Forse l’ha fatto pensando che fosse da adulti fingere di essere diversi dalla propria natura, forse è rimasto stritolato da grigi meccanismi regolati da convenzioni, finto rispetto e priorità imposte da altri, dal mondo esterno.

Non lo saprò mai, perché se n’è andato senza spiegare. Senza spiegarsi.

Io ho deciso diversamente. Voglio che i miei figli sappiano chi sono, sappiano il perché di molte mie scelte che potrebbero non capire subito, né condividere ora, ma che almeno daranno loro una chiave di lettura per comprendere la loro madre. Da anni ho negli occhi una stampa che si trovava all’entrata della casa di alcuni miei zii e che per lo più mi lasciava indifferente, recitava ‘I figli non sono tuoi‘. Ho realizzato dopo anni che si trattava della poesia di Gibran:

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perchè loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato di entrare,
neppure col sogno.

Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perché la vita non ritorna indietro,

e non si ferma a ieri.

Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Mi è tornata alla mente da poco, da quando ho realizzato che non riesco a pensare ai miei figli se non come a individui già molto ben definiti, con loro peculiarità, un loro carattere chiaro, propensioni e capacità. Ho capito che il mio ruolo è solo quello di indicare possibili direzioni, raccontare loro della preziosità indiscutibile della vita e di quanto la felicità sia centrale, per se stessi e per gli altri. Sono persone. Io li vedo in questo modo. Ho smesso da un po’ di sperare di essere una brava madre, ho commesso molti errori, alcuni imperdonabili, e so che continuerò a commetterne. Mi accontenterei di essere una buona guida, ecco.

Essere se stessi, ascoltare ciò che hanno dentro, questo vorrei che imparassero a fare nel tempo. Che sapessero che ogni fallimento e dolore li renderà più forti e più flessibili, che devono avere coraggio e che quel coraggio può fare male. Ma anche che quel coraggio è imprescindibile per essere felici, qualunque sarà la loro scelta di vita. Non possono riuscirci se sono io la prima a soffocare la stessa scintilla già ignorata dalla generazione precedente, in un perpetuare quel circolo vizioso che sento di voler spezzare.

A volte per ricostruire serve distruggere. Altre basta trasformare, trovare un nuovo modo di comunicare e di sentire le persone che ci circondano. Perché una cosa mi ha insegnato mio padre crescendomi tra immagini in negativo: il valore della vita (e loro hanno trovato le parole giuste).

Lui ha deciso di ignorarla. Questione di scelte.
Quella scintilla, invece, a me brucia dentro e ha bisogno di ossigeno per diventare fiamma.

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Sei

TIeri ha compiuto sei anni. Sei anni.
Lo guardavo mentre ancora dormiva e mi pareva piccolo. Ma non lo è. Il Principe del Piemonte non lo è mai stato.
Pensiero veloce, caparbietà, carattere difficile, umorale. E incredibilmente, profondamente consapevole.

Ho tanti ricordi di lui, lui che possiede il mio stomaco. Quando preso da crisi isteriche picchiava la testa sul pavimento. Quando dava fuori di matto se non trovava più uno dei suoi millimetrici animaletti di plastica (come non ricordare: ‘La mia otaria!!’ una mattina di follia?). I suoi capricci eterni. Le sue urla puntuali alle 3 di notte, invariabilmente. I suoi risvegli drammatici. Ma soprattutto un’immagine. Quella della sera della Chiamata.

Toccava a me tornare a casa. Avevamo appena varcato la soglia, io e lui, quando ricevo una chiamata dall’ospedale. Ero a pezzi, dopo tante settimane di dolore, mancanza di sonno, fatica. “È arrivato. Torna subito, gli fanno le analisi preintervento. È arrivato il fegato…” e la voce rotta del mio compagno. Parevo in trance, ho ripetuto ogni singola parola ad alta voce. E il Principe ha sospeso immediatamente il capriccio in corso. Metto giù. Lo vedo che mi fissa. Rimango immobile istanti che sembrano un’eternità. Ingessata in uno momento fuori da ogni tempo. Vorrei chiudere gli occhi e dormire. Invece, da lì a pochi minuti, avrei ripreso la strada appena fatta, un’ora e mezza nella notte.

Il silenzio lo rompe lui: “Mamma è arrivato il fegato per Superbimbo? Devi tornare in ospedale?”. Dentro di me temo la sua reazione emotiva, non  avrei la forza di gestirla, la Bestia Nera potrebbe riaffacciarsi. “Sì, Principe… Devo tornare in ospedale…”.
“Va bene, andiamo! Io dormo dalla nonna!”.
Mia madre invano tenta di trattenersi. E ancora una volta è lui che parla: “Nonna, nonna! Rimango qui anche stanotte! È arrivato il fegato!”.

Era il 13 ottobre 2009, lui aveva 2 anni e mezzo.
Sconvolta. Mio figlio quella sera mi ha sconvolto.

Lui è così. Spiazzante, imprevedibile, attento ad ogni variazione di tono, di sguardo. Adulto, a volte persino troppo. Percettivo. La sera gli leggo stralci di libri per grandi, vorrei lasciargli dentro echi lunghi, vorrei passargli il valore che ha la vita, vorrei che ricordasse il suo stesso valore. Lui non fa tante domande, ma quelle che pone sono sfidanti.

Ora, a sei anni, è il bambino più luminoso che io conosca.
E io mi sono trovata seduta sul suo letto a fissarlo tra le lacrime calde di un’amore che non è spiegabile.

Tardi la notte

 

TulipLifeVivere. Che la vita ti scorre tra le dita e non puoi non fare la differenza. Fare la tua differenza, qualunque cosa questo significhi.

La sensazione di sprecarla, di buttare i minuti è quanto mai fastidiosa. Inaccettabile quasi. E l’intolleranza travalica i limiti di oggettiva accettazione del fatto che non tutti la pensino così.

Eppure sentire la vita nella carne, dentro la mente, là dove l’universo risiede, com’è possibile non ascoltarle quelle armonie? Com’è possibile lasciarsi scorrere il tempo addosso come se non contenesse la preziosità del qui e ora che è eternità, il per sempre? Perché questo è: oggi è il momento più sfidante, quello che non deve trasformarsi in ricordo senza lasciare una scia luminosa dietro di sé.

Le energie buone, alte esistono. Così come esistono persone che queste energie le emettono o le intercettano per rifletterle, persone che creano una sfera magnetica che porta oltre. Ad una comunicazione difficile da etichettare. Sognare non significa essere ingenui; questa è l’immagine che il cinismo ci porta a disegnare.

Sognare significa lasciare che la nostra mente provi a immaginarsi che “è possibile”, lasciarla trovare tutte quelle energie latenti che possiede per realizzare anche quello che appare impossibile. Sognare significa provarci e fare la differenza. Che sia cambiare lavoro, prendere decisioni difficili, uscire dagli schemi, provare a reagire allo scontato, correre una maratona o presentare un progetto folle nel contesto meno adeguato al suo recepimento. Qualunque cosa.

Ho smesso di sperare e sono tornata a sognare.

 

 

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Angel’sWings

angels wingsDurante le scorse vacanze di Natale, presa dall’euforia e piena di endorfine, avevo deciso di correre 34 chilometri in 3 giorni per poi salire serafica su tacco 10 per la settimana subito a ridosso.
[Un genio].

Risultato: infiammazione pazzesca, caviglie ingestibili, dolore anche solo a pensare di infilare gli stivali.

[Ferma].

Dopo circa quattro settimane, domenica sono tornata sulla strada, priva del benché minimo briciolo di voglia, tanta musica nelle orecchie e un atteggiamento da: “Bah, prendo un po’ d’aria poi mi fiondo di nuovo sul divano…

Durante i primi 3 chilometri ho incontrato tutte le madonne del mondo, tutte in fila, di ogni razza e foggia, probabilmente anche di religioni diverse – almeno posso immaginare. Salutavano, piuttosto ironiche. Le ho ignorate, tirando giù i santi dal paradiso, uno a uno, che io l’Oratorio l’ho frequentato per anni.

Tra il quarto e il sesto il vento mi ha dato del filo da torcere, eppure non mi è dispiaciuto affatto. Non so, il vento è per me energia allo stato puro.
Poi però al settimo, improvvisamente le gambe sono diventate marmoree (e non nel senso estetico del termine, bensì nel senso più letterale): pietra. Pronta a gettare la spugna, ho guardato per caso la mia ombra lunga e alzato lo sguardo sulle Alpi nitidamente splendenti all’orizzonte [Ma non ci penso nemmeno, che cavolo!]

Ho continuato  a correre.

Dall’ottavo in poi una pacchia. Ho chiuso qualche metro oltre i 10 chilometri al passo più veloce che abbia mai tenuto (neppure nominabile tra i runners veri, ma io mi ritengo più che soddisfatta).

Ossigeno, aria, sangue che riprende a circolare, musica, cielo negli occhi. Vita.
[E poi, tutte quelle ali di angelo nel blu intenso...]

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