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All’inizio

IMG_3205Era una bambina con i capelli corti che rispettava ogni regola che le veniva proposta o imposta. Non le contestava, non le rompeva, non le evitava. C’erano e basta. Come ogni cosa nella sua vita, c’era e basta. Non conosceva il concetto di possibilità, non le era stato permesso arrivarci, ma lei non ne soffriva. Perché semplicemente non lo conosceva.

Conosceva bene, invece, il silenzio pieno di risentimento, la tensione del non detto e del rancore. Spesso durava per giorni e in genere era innescato da una parola sbagliata oppure da una parola giusta ma al tempo sbagliato o ancora la parola giusta nel momento giusto ma con il tono sbagliato.

Era tutto un lavorìo di cesellamento dei confini, di equilibrismi precari tra il timore di scatenare la rabbia e la necessità di raccontarsi. Si annullava lentamente per paura di sbagliare e di dover sopportare quel nero viscoso e difficile da levare dalla pelle, come petrolio, per quanto lei non avesse la benché minima idea di quale fosse la consistenza del petrolio. Ma aveva negli occhi le immagini di animali spiaggiati soffocati da quella sostanza schifosa e pensava che la sensazione provocata fosse quella più vicina a quanto provasse lei.

Passarono gli anni, tanti anni e la bambina si trovò a correre a perdifiato in mezzo ai campi, all’improvviso dentro ad un corpo di donna che non riconosceva. Che cosa stava succedendo? Che cosa dannazione era accaduto?! L’aria era gelida, eppure addosso era una carezza. Sembrava non volersi più fermare. Non capiva, sbalzata nel tempo senza ricordi e senza appigli. Di chi diamine era quel corpo che la conteneva? Come ci era arrivata?

Poi cominciò a ricordare. Un chilometro, due, tre. dieci.

Aveva rispettato le regole. Era stata sempre attenta a stare dentro la carreggiata, in piena luce, evitando le buche con attenzione, un passo lento dopo l’altro. Era passata una frazione della sua vita e non se n’era accorta, troppo presa a misurare i passi in numero e in lunghezza.

Correndo la bambina aveva cominciato ad ascoltare il suo cuore battere nelle orecchie, un ritmo antico e cadenzato, le bruciava il fiato in gola, non controllava più le gambe e si rese conto che grosse lacrime piene scendevano lungo il viso e finivano salate in bocca.

Capì.

In quegli anni era stata bene, alla fine. Al sicuro. Era convinta di essere nel posto giusto perché aveva fatto un passo dopo l’altro nella direzione indicata. Era fuggita dal nero appena si era aperta una finestra. Aveva respirato e pensava bastasse quello. Aveva raccolto ricordi belli, piacevoli e divertenti, dopo. Ora li vedeva scorrere tutti. Non se ne pentiva. Non li avrebbe mai voluti cancellare. Ma respirare non le bastava più.

Rimanere su quella strada sarebbe stata la cosa più saggia, non avrebbe fatto del male ad altri, sarebbe stata sempre una strada illuminata e sicura. Eppure scelse di passare per il bosco. Sapeva che sarebbe stato incerto e pericoloso, avrebbe dovuto rallentare spesso il passo e non sarebbe sempre riuscita ad evitare le buche. Avrebbe dovuto  ascoltare le ombre e cercare le radure assolate per non morire di freddo e di malinconia. Si ricordò di non essere da sola, avrebbe portato con sé esseri indifesi da proteggere contro le sferzate di vento. Ma come avrebbe fatto? Prendere per il bosco avrebbe significato inevitabilmente tanto dolore per tutti, soprattutto per chi amava.
All’inizio.

La bambina correva e piangeva.

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La scintilla

IMG_5569Avevo un padre con la scintilla dentro.

Ma ha lasciato che si spegnesse. L’ha ignorata, chissà se volutamente. O più probabilmente ha tentato di ignorarla. Perché se la scintilla si fosse spenta realmente, non avrebbe sofferto così palesemente dentro la sua corazza indurita.

Forse l’ha fatto pensando che fosse da adulti fingere di essere diversi dalla propria natura, forse è rimasto stritolato da grigi meccanismi regolati da convenzioni, finto rispetto e priorità imposte da altri, dal mondo esterno.

Non lo saprò mai, perché se n’è andato senza spiegare. Senza spiegarsi.

Io ho deciso diversamente. Voglio che i miei figli sappiano chi sono, sappiano il perché di molte mie scelte che potrebbero non capire subito, né condividere ora, ma che almeno daranno loro una chiave di lettura per comprendere la loro madre. Da anni ho negli occhi una stampa che si trovava all’entrata della casa di alcuni miei zii e che per lo più mi lasciava indifferente, recitava ‘I figli non sono tuoi‘. Ho realizzato dopo anni che si trattava della poesia di Gibran:

I tuoi figli non sono figli tuoi.
Sono i figli e le figlie della vita stessa.
Tu li metti al mondo ma non li crei.
Sono vicini a te, ma non sono cosa tua.
Puoi dar loro tutto il tuo amore,
ma non le tue idee.
Perchè loro hanno le proprie idee.
Tu puoi dare dimora al loro corpo,
non alla loro anima.
Perché la loro anima abita nella casa dell’avvenire,
dove a te non è dato di entrare,
neppure col sogno.

Puoi cercare di somigliare a loro
ma non volere che essi somiglino a te.
Perché la vita non ritorna indietro,

e non si ferma a ieri.

Tu sei l’arco che lancia i figli verso il domani.

Mi è tornata alla mente da poco, da quando ho realizzato che non riesco a pensare ai miei figli se non come a individui già molto ben definiti, con loro peculiarità, un loro carattere chiaro, propensioni e capacità. Ho capito che il mio ruolo è solo quello di indicare possibili direzioni, raccontare loro della preziosità indiscutibile della vita e di quanto la felicità sia centrale, per se stessi e per gli altri. Sono persone. Io li vedo in questo modo. Ho smesso da un po’ di sperare di essere una brava madre, ho commesso molti errori, alcuni imperdonabili, e so che continuerò a commetterne. Mi accontenterei di essere una buona guida, ecco.

Essere se stessi, ascoltare ciò che hanno dentro, questo vorrei che imparassero a fare nel tempo. Che sapessero che ogni fallimento e dolore li renderà più forti e più flessibili, che devono avere coraggio e che quel coraggio può fare male. Ma anche che quel coraggio è imprescindibile per essere felici, qualunque sarà la loro scelta di vita. Non possono riuscirci se sono io la prima a soffocare la stessa scintilla già ignorata dalla generazione precedente, in un perpetuare quel circolo vizioso che sento di voler spezzare.

A volte per ricostruire serve distruggere. Altre basta trasformare, trovare un nuovo modo di comunicare e di sentire le persone che ci circondano. Perché una cosa mi ha insegnato mio padre crescendomi tra immagini in negativo: il valore della vita (e loro hanno trovato le parole giuste).

Lui ha deciso di ignorarla. Questione di scelte.
Quella scintilla, invece, a me brucia dentro e ha bisogno di ossigeno per diventare fiamma.

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