Biopsy Day | Ottobre 2014 [Appunti]

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Il giorno prima non volevo. E sicuramente nemmeno quelli precedenti, ma avevo deciso di non pensarci.
Il giorno prima avrei voluto scappare.

L’impatto è stato come temevo. Lo stesso percorso al reparto, gli stessi odori, la stessa vista dalla camera. E, anche se non vuoi, accade come quando apri una finestra e fuori c’è tormenta: il tepore dei tuoi spazi viene schiaffeggiato dalla potenza dell’invasione fredda e umida, contro la quale poco puoi fare. Dio che malessere. Lo stomaco sottosopra.

L’affronti. Fingi che quell’ondata di emozioni, sentimenti e ricordi rimanga in superficie e proteggi il tuo centro. Soprattutto perché il centro in questi giorni è il tuo bambino.

All’entrata ha realizzato di non essere al solito ospedale del follow-up, quello del Dottor ironia. Ho temuto il suo crollo. Gli sono spuntate le lacrime agli occhi e gli si è rotta la voce. Ho respirato profondamente per non piangere io.

Per tutto il tempo l’ho osservato, scandagliato ogni reazione per capire se fosse legata a un ricordo, non sistematizzato naturalmente, non elaborato. Un ricordo latente, sensoriale. Possibile che non si ricordi proprio nulla? Si è persino stupito dell’accesso venoso fisso al braccino, della fisiologica in infusione, del saturimetro. Cose da poco, persino definibili come quotidiane ad un certo punto della nostra vita. Invece nulla, tutto nuovo. Delusa? Direi proprio di no. Credo stessi cercando in lui quel ricordo solo per traghettarlo oltre, per scioglierlo in qualcosa di buono. Invece non è stato necessario e probabilmente non lo sarà. Piuttosto sono io ad avere ancora un pezzo di strada da percorrere. Chissà suo padre cosa sente…

Un ricovero lampo quello della biopsia di controllo e Superbimbo mi ha stupito, immagino che i bambini siano per lo più tutti così. Anche di fronte ad attimi di paura non ha mollato la presa, anche davanti allo sconforto post anestesia si è lasciato andare alla propria tristezza, l’ha lasciata scorrere, per poi tornare di buon umore subito dopo. E allora ha iniziato a fare mille domande sulla mattinata: come avessero fatto ad addormentarlo, perché avesse il cerotto e il ghiaccio sul pancino, cosa sarebbe successo alle sue “celluline“, con quale strumento le avessero prelevate, come siano la loro forma e colore (“ma poi me le ridanno? io non le ho mai viste“), come facciano a vederle dato che sono tanto minuscole.

Insomma, sono sempre più convinta che dire la verità, raccontare ai bambini come stiano le cose nella massima leggerezza e senza alcuna forma di negazione sia il modo più naturale per permettere loro di capire.
E per permettere a noi di accettarle.

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